Castalia

DIRETTORE: Marco Onofrio

GENERE: Poesia

COLORE: Azzurro fuoco

Siamo fiumi affluenti di uno stesso mare? O è lo stesso fiume che ci scorre dentro il mondo? Il mondo di ognuno di noi, il mondo degli altri: la radice originaria è condivisa… Dov’è la sorgente dell’anima? Donde scaturisce il divenire? Da quale asola esce - goccia dopo goccia, silenzio dopo silenzio - la misteriosa nuvola del tempo? Dietro quale velo di Maia; dietro quale fuggevole apparenza; dietro quale “ombra” - riflesso di luce, brivido d’acqua, grumo di terra o crepitio di fuoco - si nasconde il varco per entrare, appartenersi, essere del mondo? Se la sorgente è una, l’acqua è disponibile per tutti: e nessuno è padrone del mare. Ecco allora Castalia, la sorgente del monte Parnaso. La limpidezza affiora sul più bello, e si raccoglie in punta, a pelo d’acqua. È un bene umano, e dunque universale: come la poesia. Che tutti sa dissetare, ritemprare, purificare, illuminare - almeno nell’intento.

Chi l’ha detto, infatti, che la poesia debba necessariamente porsi come astrazione metafisica e metasemantica del linguaggio, e dunque risuonare nei termini di un dire ostico, artificioso, manieristico, che scoraggia più che avvincere il lettore, poiché mette fra sé e lui muri insormontabili di ineffabilità, di incomunicabilità, di antipatico snobismo culturale?

I poeti si bamboleggiano nel loro mondo e quasi si compiacciono di essere oscuri, senza preoccuparsi di scendere dalle torri d’avorio, di comunicare realmente qualcosa; salvo poi lamentarsi che nessuno li legge o li ascolta, che non riescono a sfondare il settore di nicchia riservato loro - a questo punto giustamente? - dal mercato editoriale. Cercano un pubblico ma fanno di tutto per non averlo. Perché allora pubblicare, se non per vanità, per narcisismo?

Anche la poesia, che pure manifesta la funzione per l’appunto poetica, cioè autoreferenziale della lingua, per cui ogni autentico testo poetico genera uno speciale codice, autonomo e “altro” rispetto al linguaggio comune, dove il linguaggio comunica se stesso; anche la poesia, che pure è un “ipersegno” dove tutto significa al massimo grado, non può prescindere da una soglia garantita di comunicabilità, da una circolazione empatica di emozioni che spetta al lettore accendere e condividere, prestando alle parole che l’autore gli propone il proprio speciale e caratteristico universo di significati: non può dimenticare cioè che il lettore diventa autore della poesia, ovvero interprete e attivo esecutore delle sue potenzialità; che dunque la scrittura è lettera morta finché non ci passa un occhio o il suono di una voce a risvegliarla, a darle colore, sapore, senso, tempo, corpo, sangue, vita.

Ed è un peccato tanto più grande quanto più la poesia - che procede per lampi, per frammenti, per illuminazioni, e con due parole può dir tutto - sarebbe molto più congeniale del classico romanzo ai ritmi convulsi e parcellizzati in cui ci tocca vivere. Quanto tempo, oggi, possiamo e sappiamo dedicare alla lettura?

Marco Onofrio

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