«E’ bella Roma, tanto bella che, giuro, tutto il resto mi par niente di fronte a lei», scriveva il Cavaliere de Brosses al signore di Neuilly, aggiungendo che la città era stata così tante volte visitata da rendere arduo scrivere sull’argomento qualcosa di non rimasticato. E invece, sotto tanti punti di vista originali, tra meraviglia e orrore (Il Piacere e Più che l’amore di D’Annunzio, contengono questa dialettica), la città ha mantenuto per gli scrittori del Novecento una indubbia fascinazione, per diventare un repertorio infinito di paesaggi, di immagini, che hanno, la funzione di innalzare verso il sublime quello che altrimenti rischierebbe la banalità del quotidiano.
In una grande città come Roma, chi non ha un documento di identità non ha diritto di amare: è l’amara constatazione di Mattia Pascal/Adriano Meis, romanzo scritto negli anni in cui Pirandello era impegnato nell’insegnamento al Magistero femminile, chiuso nella morsa burocratica e nella necessità di affrontare un concorso universitario, dai paradossali esiti, in cui illustri storici della letteratura e seriosi filologi si trovano a dover giudicare saggi antiaccademici per eccellenza come l’Umorismo, novelle e romanzi come proprio Il fu Mattia Pascal.
Con questa gioia di scoprire si intraprende una spensierata gita ai Castelli romani, con Ungaretti, Gadda, Pavese e altri, ad incontrare poi scrittori e poeti di oggi, che quelle colline hanno cantato, sognando il ritorno degli dei: di fronte a quello «spettacolo incantevole dei due laghi gemelli ora vaporosi ora morbidi, come azzurri veli di seta».
Dati: 2008, pp. 156, brossura
Prezzo: 12 euro
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